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Ogni storia ha un inizio e quella che vivrete narra la storia più bella del mondo. Ad Ispica si rievoca la Natività, un itinerario senza tempo immersi nell’ incantevole percorso che va dal centro storico all’ area archeologica di Cava dIspica. Quella pietra e quelle grotte ricordano la Betlemme biblica…

Vivrete un viaggio epico tra storia e tradizioni, antichi mestieri e figuranti in costume. Entrerete nella vera atmosfera del Natale. 

Chiunque abbia visitato questi luoghi ha esclamato Sembra un presepe, un presepe vivente!

Il bottaio “u vuttaru”, era uno di quei mestieri che venivano considerati privilegiati e di difficile esecuzione. Il procedimento di lavorazione era fatto necessariamente a mano e consisteva nel sistemare delle listelle di legno, di preferenza castagno, o rovere (per le botti che dovevano contenere vini o liquori pregiati). Queste listelle di legno, doghe, potevano avere dimensione diversa in funzione delle dimensioni della botte che si doveva costruire, il lavoro cominciava col sistemare ogni doga, perfettamente piallata, in una forma circolare al cui interno c’era un fornello per alimentare una fiamma, la doga era normalmente più larga nella parte centrale e più stretta alle estremità, il numero delle doghe variava in funzione della capienza della costruenda botte, il fornello centrale serviva per fare quel vapore necessario a rendere il legno più duttile ed elastico alla lavorazione e facilitare la necessaria curvatura delle doghe, inoltre era essenziale per liberare il tannino dal legno, sostanza che passa facilmente nel vino e lo rende tossico. Per completare il lavoro occorrevano inoltre sei cerchi di ferro di diversa dimensione e due coperchi “timpagni”, che avevano il diametro della dimensione del foro finale della botte. L’arte magica del bottaio era ed è, per quei pochi artigiani rimasti; quella di far aderire le doghe l’una all’altra, tenerle con i cerchi metallici che venivano poste naturalmente all’esterno aiutandosi con uno speciale attrezzo a forma di scalpello smussato con un lungo manico che si colpiva con un martello e tutto questo veniva fatto senza l’uso di collanti, ottenendo dei contenitori che non facevano perdere il liquido contenuto. Purtroppo la moderna tecnologia ed il ricorso massiccio a contenitori di acciaio e di vetroresina stanno facendo scomparire la magia di un mestiere affascinante.

Il mestiere del calzolaio “scarparu” nel catanese o “solacchianeddu” nel palermitano, è un mestiere antico e per molti versi in antitesi con i dettami della vita moderna, infatti esso consisteva e consiste per chi lo esercita, nel costruire scarpe su misura (che si rivelano “indistruttibili”), ma in ciò che egli si dimostrava prezioso per le esigue finanze delle famiglie contadine era nel lavoro di aggiustare le scarpe, risuolatura, mettere i sopratacchi e ricucire le parti che via via andavano sdrucendo. La materia prima utilizzata dal ciabattino e in relazione al tipo di lavoro e all’uso che si farà delle scarpe. Se deve fare delle scarpe che serviranno per una occasione, la pelle sarà delle più pregiate e le rifiniture molto più curate, le scarpe da lavoro saranno costruite con un principio che si ispira alla robustezza ed alla solidità. Infine se deve fare un lavoro di trattamento della scarpa (risuolatura ecc…) il materiale che una volta si usava era il cuoio duro, mentre oggi si è più portati ad usare materiale di gomma. Gli attrezzi, che sono gli strumenti indispensabili al suo lavoro, che in parte non si sono modificati sono, delle forme in ferro di varia dimensione che servono per inserirci le scarpe un caratteristico ed affilatissimo coltello “u trincetu”, il martello anch’esso dalla forma caratteristica, tenaglia, lesina, spago, aghi, cera, pece, vetro per levigare le suole, e tutta una serie di piccoli chiodi “a siminziedda”, il tutto sparso su un basso tavolo da lavoro “u bancareddu”. A completare un lavoro artigianale ben fatto; la solerzia, la pazienza e la passione dell’artigiano.

La canna comune (Arundo donax), che cresce spontaneamente lungo i corsi d’acqua e in genere in terreni sabbiosi e paludosi, era molto usata nell’ambiente contadino per la sua molteplicità di usi. Serviva per costruire ripari, fungeva da palo di sostegno delle viti degli alberelli ancora deboli, la si usava per delimitare i confini di una proprietà, e per costruire silos contenitori di frumento. Il Cannizzaru era la figura addetta alla costruzione dei silos per i cereali. Cominciava il suo lavoro già nei mesi di Gennaio e Febbraio, quando raccoglieva ed avvolgeva in fasci canne grosse e lunghe dai quattro ai cinque metri. Le lasciava essiccare al sole ed al vento fino al mese di Giugno e solo allora passava alla costruzione dei silos. Il Cannizzaru disponeva le canne spaccate su un piano perfettamente livellato e procedeva ad una vera e propria tessitura. Nella fase di definizione, quando la superficie tessuta veniva avvolta a cilindro e sollevata verticalmente, l’artigiano ricorreva alla collaborazione di un volontario che, dentro il silos, recuperava e gli restituiva ogni volta il grosso ago col quale si procedeva a cucire il complesso.

Nella zona della ricerca il paese che produceva fibbre tessili era Carini, infatti in questo paese si produceva molto lino (Linum usitatissimum), agave (Agave sisalana), ampelodesmo “‘ddisa” (Stipa tenacissima), cotone (Gossypium hirsutum), canapa (Cannabis sativa) e molta lana (prodotta anche in altri paesi della ricerca), da ciò lo sviluppo di una discreta attività artigianale inerente alla trasformazione delle fibre. Così per esempio, giunto il lino a maturazione, si falciava e si si consegnava ai marinai, i quali lo seppellivano a mare per un certo periodo, giunto a maturazione, si procedeva alla cardatura che consisteva nel battere il lino fino a renderlo filamentoso; dopo di che si consegnava ai filatori, che lo rendevano appunto in fili e si consegnava ai tintori. Cotone, agave, lana, ampelodesmo, subivano lo stesso procedimento, tranne che per il bagno in acqua di mare. Purtroppo questi mestieri sono scomparsi nella zona. L’ultima fase della artigianale era rappresentata dalla tessitura delle fibre, che si svolgeva in appositi telai. I prodotti più fini di questo processo, cotone e lino, erano riservati per la dote delle signorine delle famiglie più facoltose.

Il carrettiere era un trasportatore di merci varie, che andavano dai prodotti stagionali della campagna al materiale da costruzione, al carbone, al concime. Generalmente lavorava per conto terzi, proprietari terrieri, commercianti e costruttori; raramente lavorava in proprio e cioè comprando e rivendendo egli stesso la merce. I rapporti tra produttori, acquirenti, carrettieri erano spesso curati da un sensale. I carrettieri in linea di massima godevano di un mezzo di loro proprietà: un carretto e un cavallo. La forma di pagamento era quella a viaggio, la retribuzione era pattuita in base al percorso da compiere e al tipo di trasporto; chi lavorava per conto terzi poteva essere retribuito anche “a terzo”, cioè percepiva un terzo del guadagno derivante dal servizio di trasporto. La vita dei carrettieri era “‘nca si caminava stratuna stratuna”( che si era sempre in giro per le strade), lungo i percorsi si fermavano “nno funnacu” fondaco, luogo di sosta dove i carrettieri albergavano assieme agli animali e per mangiare “un piattu ri pasta agghiu e ogghiu” (pasta con aglio ed olio) chiamata a tutt’oggi alla carrettiera, o “all’asciuttu, pani cu cumpanaggiu” (pane con formaggio e olive). Nei fondaci i carrettieri si scambiavano le loro esperienze di vita, si informavano sui prezzi correnti nei vari paesi, ma soprattutto cantavano a gara , sfidandosi a chi sapesse il canto più bello. Ragione di incontro erano poi le fiere di bestiame e le feste religiose dove essi convenivano insieme alle famiglie con cavallo e carretto riccamente bardati. “Cacciari a misteri”, cioè guidare il cavallo a regola d’arte è ciò che distingue un carrettiere vero da chi “caccia a fumirari”, come un portatore di letame. L’appartenenza alla loro categoria era avvertita con orgoglio; essi, con il fatto che andavano in giro per la Sicilia, conoscevano molte persone, insomma si consideravano profondi conoscitori della vita. Del mondo così riccamente articolato dei carrettieri, che cosa è rimasto? Purtroppo questo passato si presenta in maniera frammentaria nella memoria di qualche anziano, un passato, però, cui si è rimasti affettivamente legati, che non viene cancellato dalla propria storia. I carrettieri hanno sostituito il mezzo di trasporto, divenendo per la maggior parte camionisti o venditori ambulanti, chi tra essi ha conservato il carretto, assegna a questo antico mezzo di trasporto un valore immenso, come se si trattasse di un gioiello di famiglia. Il carretto oggi ha un valore essenzialmente affettivo, esso è simbolo della vita del carrettiere, una vita che ha profonde radici nella storia delle generazioni, una storia sempre presente e viva nella memoria. I canti dei carrettieri vivono ancora oggi numerosi e rappresentano una delle espressioni più importanti della nostra musica etnica. In sostanza quei canti, le specifiche modalità della loro fruizione all’interno dell’ambito sociale in cui sono vissuti confermano un concetto d’arte, di arte popolare, come tecnica, come qualità privilegiata.

La materia prima utilizzata da questa figura professionale era il giunco, variamente intrecciato e lavorato in relazione anche al genere di pianta utilizzata. Si trattava di attività periodica che assorbiva pochi mesi dell’anno. I tipi di giunco cui si faceva solitamente ricorso erano due: il primo (detto iunco munti),esile e lungo, era invece utilizzato nella fabbricazione di fiscelle per formaggi e ricotta. Le tecniche di lavorazione erano naturalmente diverse e richiedevano differenti competenze ed abilità. Nel primo caso, in particolare, il giunco veniva “cardato”, schiacciato cioè per essere successivamente sottoponibile alla torsione secondo un procedimento assimibile a quello adottato nella tessitura della prima nana.

Il luogo di lavoro del curdaru era la strada. Per questo speciale artigiano qualsiasi spazio andava infatti bene, purchè abbastanza esteso da consentire la stesura dei filati: le lunghe vie strette ed ombrose, le piazzole retrostanti le chiese purchè poco frequentate. Nel condurre le operazioni di filatura il curdaru metteva in mostra la sua maestria, frutto di anni di apprendistato, ed una speciale abilità nel coordinare i movimenti delle mani e dei piedi. L’attività nel suo complesso richiedeva però la collaborazione esperta e fattiva, di più persone ognuna delle quali impegnata in fasi che, più che succedersi, si accavallavano. Il lavoro alla ruota manovrata a mano per imprimere movimento alle pulegge, il bagno in vasche di pietra in cui venivano immerse le matasse delle filacce, la lavorazione e la torsura delle corde stese ad una certa altezza da terra, il successivo stenderle per asciugarle: erano tutte operazioni regolate e successive che potevano essere portate a termine con la fattiva collaborazione del gruppo di lavoro.

Quello dell’innestatore, era un mestiere molto diffuso, anche per questo mestiere non occorrevano moltissimi arnesi, infatti esso consisteva nell’innestare a secondo del tipo di innesto, marze o gemme, della cultivar che si voleva impiantare in portainnesti già esistenti. L’abilità dell’innestatore consisteva nella conoscenza, spesso dettata dall’esperienza, della compatibilità dei due soggetti (portainnesto ed innesto), per evitare inutili perdite di tempo e di reddito con le disaffinità di innesto che si possono verificare tra le due specie, altra grossa maestria era quella di far coincidere le zone cambiali dei due soggetti, in modo da avere una maggiore sicurezza per la riuscita dello stesso. Gli arnesi solitamente usati dagli innestatori erano una sega “sirraculu” ed una serie particolare di coltelli chiamati appunto da innesto, oltre rafia e mastice. I moderni impianti vivaistici, che vendono alberelli già innestati hanno contribuito non poco a fare scomparire questo mestiere, che attualmente è praticato da qualche vecchio amatore della campagna, o professionalmente nei vivai.

Il mestiere del sarto è senza dubbio tra i più affascinanti e creativi che l’uomo possa esercitare. Vestire uomini e donne, con eleganza, con civetteria, con classe non è cosa da poco: devono fondersi estro e abilità, creatività e gusto del bello, senza mai scadere nel pacchiano o nel volgare. Forse bisogna distinguere, oggi, tra stilista e sarto, ma noi qui vogliamo porre in rilievo il mestiere del sarto, cioè colui che confeziona vestiti su misura, creando modelli secondo, sì, le indicazioni del cliente, ma mettendoci molto di suo nel tagliare e cucire il vestito, che nell’impostazione dello stesso. E’ sempre più raro, comunque, vedere insegne di laboratori di sartoria, perché, intraprendere il mestiere del sarto implica un lungo apprendistato e di conseguenza, all’inizio, guadagni scarsi se non nulli. Proprio per acquisire la manualità e apprendere i segreti del taglio, un tempo, moltissime ragazze prestavano servizio gratuito nelle sartorie. Queste giovani venivano debitamente “sfruttate”, con la scusa che imparavano un mestiere, ma intanto contribuivano, con il loro lavoro, a confezionare capi che venivano venduti. E’ vero anche, che molte si apprestavano a questo lavoro solo nei mesi invernali, per non stare oziose e imparare qualche fondamento del cucire, per poi poter eseguire piccoli lavori di carattere personale. Proprio nelle grigie e fredde giornate invernali, si aveva la massima unità lavorativa all’interno delle sartorie: chi intenta a riunire le cuciture, chi a fare asole, chi i sottopunti, chi altro ancora. In genere tutte le donne erano radunate in una grande sala, dove in mezzo campeggiava un lungo e largo tavolo. Questo serviva per stendere il panno, segnarlo con il gessetto e poi tagliarlo. Normalmente l’operazione del taglio veniva fatta sempre dal sarto o da qualche esperta sotto la sua stretta osservazione. Di norma si imparava il lavoro guardando, carpendo i segreti facendo attenzione alle varie successioni di confezionamento. Alla fine, quando qualcuna aveva acquisito una certa padronanza dell’arte, allora poteva perfezionarsi e passare al taglio, che rimaneva l’apice dell’apprendimento. Certo è, che il lavoro così concepito diventava anche un momento “conviviale”, dove i pettegolezzi, trovavano un fertile terreno di coltivazione.

Le due attività, di mietitura e spigolatura, erano due lavori stagionali concatenati, legati alla coltivazione del grano. La zona di riferimento della ricerca non era e non è una zona cerealicola, quando a fine giugno si cominciava a mietere il grano, dove questo era più coltivato, era frequente assistere alla migrazione di numerosi contadini “viddana” verso le zone cerealicole, attirati da un congruo guadagno, che faceva dimenticare l’immane fatica del lavoro e la lontananza, anche se temporanea, dai propri affetti più cari, al lavoro della mietitura seguiva il lavoro più umile, ma non meno faticoso della spigolatura, che consisteva nella raccolta delle spighe che rimanevano sul terreno fuori dai covoni di grano, a queste due fasi seguiva la trebbiatura delle spighe per dividere la granella dalla paglia (spagliari). Nella zona di riferimento della ricerca la mietitura era riservata soprattutto a quelle essenze foraggiere che costituivano il rifornimento essenziale per i prosperosi allevamenti della zona.

Accanto al mestiere della sarta, era praticata anche l’arte del ricamo. Spesso esso era eseguito per l’allestimento della dote delle ragazze della famiglia, ma non era raro trovare chi ricamava per le ricche signore del paese e del vicino capoluogo, contribuendo così alle scarse finanze familiari. Il lavoro del ricamo si svolgeva, a secondo della estensione del capo da ricamare, o in un lungo telaio “tilaru “, in cui si lavorava a quattro mani, o in un maneggevole telaio formato da due cerchi concentrici, di diametro di 30 cm circa, in cui si incastra il tessuto da spessore variabile ma mai più. I punti che maggiormente si eseguivano nella zona erano: (i così detti punti sfilati) il 400, il 500 il 700; il punto ad intaglio; il punto rodi; il punto croce; il pittoresco; il punto norvegese. Da menzionare assieme a questi punti impegnativi ci sono pure; il lavoro ai ferri, con i quali si facevano calze e maglioni per tutta la famiglia, ed il lavoro ad uncinetto, che è un piccolo ferro della lunghezza di 25 cm circa e di spessore variabile ma mai più spesso di 3 mm, con il quale si riusciva a fare anche delle bellissime copriletto matrimoniali.

Intorno al 1900 uno dei mestieri tipici di Capaci era quello del saponaro. Il sistema di fabbricare il sapone consisteva nell’utilizzare la morchia “muria” (residuo dell’olio d’oliva), che il saponaro comprava al frantoio locale o in quelli dei paesi limitrofi, oppure la reperiva da persone che la compravano a loro volta in giro per i paesi “i murialori”. La Muria veniva raccolta e conservata negli otri “utra” (recipiente di pelle di capra) e poi lavorata con l’aggiunta di cenere (ottima quella di scorza di mandorle verdi), che contiene potassio, questo ultimo serviva per fare avvenire l’idrolisi alcalina degli acidi grassi . Il tutto poi veniva versato in un tipico recipiente “quarara” dalla capienza variabile, ma mai inferiore a 500 l, e fatto bollire nell’apposita “Fornacella” col buco nel centro. Questo recipiente era collegato con dei tubi a delle vasche. Dopo cinque ore di cottura, il sapone, che via via si formava finiva nelle vasche di raffreddamento dove veniva rimosso spesso con l’aiuto di una cazzuola da muratori, quindi veniva conservato in delle latte o barili e pronto per la vendita. Quando il sapone riusciva troppo molle veniva chiamato “trema-trema”. Se si voleva che il sapone assumesse una colorazione verde, nella prima fase di cottura si aggiungevano dei rami di fico d’india “pale”. Il sapone che si otteneva nella zona, appunto per l’utilizzo del potassio e non del sodio, era quello molle, che si usava per lavare la biancheria.

Quella del siggiaru era un’attività lavorativa semiprofessionale, in quanto integrata periodicamente con attività consimili.Oltre che costruttore di sedie, quest’ultimo, svolto per le strade dei paesi e dei quartieri urbani. Il lavoro di costruzione di una sedia era costituito da due fasi distinte. La prima consisteva nella sacomatura, nell’intaglio e nell’incollaggio delle aste di legno lavorate variamente (ncavigghiari i seggi era il modo di intendere complessivamente questo complesso di operazioni). La seconda fase, spesso riservata alla collaborazione dei membri della famiglia, moglie e figlie in primo luogo, consisteva invece nell’intreccio e nella definizione del fondo della sedia (ntranari i seggi era l’espressione usata per indicare questo secondo complesso di operazione). L’abilità dell’artigiano si manifestava nella sicurezza con cui incideva e rifiniva i singoli elementi, al fine di poterli successivamente assemblare senza alcuni intervento correttivo. Nella tessitura del fondo della sedia si manifestava invece, accanto all’abilità, il gusto delle decorazioni e delle varianti ad un modello sostanzialmente unitario.

Un altro dei mestieri che resiste ma che un tempo era molto praticato è quello dello stagnino “stagnaru”. L’artigiano aveva due luoghi di esecuzione della sua professione; nel laboratorio e nelle strade. Il lavoro consisteva nel fare le saldature a stagno per “aggiustare” vari tipi di recipienti metallici; pentole, pentoloni “quartare”, contenitori di lamiera per l’acqua da usare nelle abitazioni, ma soprattutto nel passare o ripassare uno strato di zinco all’interno delle pentole di rame. Quest’ultima operazione era necessaria per poter utilizzare le suppellettili di rame, perchè esso rilascia una sostanza tossica a contatto con gli alimenti, lo strato di zinco creava un sicuro isolante. Gli arnesi che erano usati dallo stagnino erano: delle grosse forbici per tagliare le lamiere da utilizzare per rattoppare, un ferro per fondere lo stagno ed applicarlo nei posti dove era necessario, la forma di questo arnese era più o meno quella di un martello di ferro con la parte finale del manico composta di materiale termoisolante in considerazione del fatto che la parte metallica veniva immersa nella brace incandescente, delle barrette; di una lega di stagno e piombo (per le saldature dolci) di una lega di zinco rame e piombo (per le saldature forti), dei martelli di varia dimensione per sagomare i rattoppi di lamiera. Il metodo di saldatura sfruttava la diversa fusione dei metalli, il ferro aveva la stessa funzione dei moderni saldatori per i circuiti elettrici, ma a differenza di questo era riscaldato col fuoco quindi strumento indispensabile per gli stagnini era un fornello per il fuoco, che spesso era una normale latta di quelle usate per le riserve alimentari, la latta era riempita di carbone, al quale si dava fuoco fino a ridurlo in brace.

La materia prima impiegata in questa attività era costituita dalla palma nana (Chamaerops humilis) “giummara” di cui venivano utilizzate sia le foglie lanciformi che la parte centrale, tenera e filamentosa (curina). La pianta veniva divelta nel periodo primaverile e lasciata ad essiccare al sole, per poi lavorarne le foglie nel periodo estivo. Si fabbricavano scope e scopini di vario tipo e destinati ad usi diversi. Dalla parte centrale della pianta si ricavavano invece cordicelle ed intrecci vari utilizzati successivamente nella tessitura di contenitori. Lo zimmini (da cui la denominazione dell’operatore) costituiva il contenitore di derrate agricole cui si faceva più ricorso. Lo zimmilaru svolgeva la treccia ripiegandola ogni volta verso il basso, in modo che le punte delle lacinie laterali si accavallassero su quelle interne, alternativamente, assumendo la conformazione di una spina di pesce.

Lavora ancora con antiche tecnice tipo fucina a carbone e produce attrezzi per agricoltura, ferri da cavalli e tutto ciò che gli viene richiesto con sistemi “arcaici”.

Il falegname più illustre della storia è sicuramente San Giuseppe che divenne in seguito il santo protettore della categoria. Se dal campo storico ci spostiamo a quello fiabesco, troviamo un altro personaggio conosciutissimo da grandi e piccini: Geppetto. Costui come tutti sanno, dette vita a Pinocchio, che da burattino di legno si trasformò in un bambino in carne ed ossa. Nessun falegname sarebbe realmente in grado di compiere un simile prodigio, possibile soltanto nel mondo della fantasia, ma questo mestiere, nelle sue espressioni più alte, richiede notevoli capacità da parte di chi lo esercita. Tuttavia, non tutti i falegnami fanno o facevano le stesse cose con la medesima abilità, ma diversificano il lavoro secondo la propria perizia e opportunità di lavoro. In passato, chiunque esercitasse questa professione doveva essere in grado di saper fare un pò di tutto: senza l’ausilio di macchine, lavorando solo con pochi attrezzi rudimentali, quali trapani manuali, seghe, pialle, martelli, chiodi, raspe, e altri arnesi, riusciva a costruire armadi, letti, comodini, bauli, madie e ogni altro oggetto di legno gli venisse richiesto, tanto che alcuni, all’occorrenza, costruivano anche le bare. I lavori di questi artigiani potevano essere modesti o di semplice fattura, perché richiesti da persone con limitate possibilità economiche, ma molti potevano produrne di ben più eleganti e pieghevoli, con intarsi e intagli, che rendevano il mobile un vero oggetto d’arte, destinato, naturalmente, a clienti più facoltosi. I falegnami che arrivavano ad esprimere al meglio la propria abilità costruttiva, adoperando legni pregiati, venivano detti anche ebanisti. Tra questi c’erano dei veri artisti. Nel lavoro a catena ognuno ha una mansione specifica: c’è chi taglia, chi leviga, chi vernicia, chi assembla, ma nessuno generalmente sa costruire un mobile intero. Comunque, nonostante la maggior parte dei mobili sia fabbricata in serie, ancora c’è chi produce artigianalmente mobili di alta qualità: curati nei minimi particolari e costruiti solo con legni pregiati, quali il noce, il castagno, il ciliegio, ecc. Il falegname, in questo modo, dall’inizio alla fine è artefice del proprio lavoro. Egli inizia col scegliere le tavole, la taglia secondo le esigenze, le pialla e le leviga. Successivamente lavora e assembla le tavole secondo un disegno precostituito, fissandole con colla ed eventuali chiodi. Si passa poi alla stuccatura, per eliminare i difetti delle connessioni. Una volta levigato con l’uso di carta vetrata, il mobile viene verniciato e lucidato. Un discorso a parte merita il restauratore di mobili, perché in questo caso dovrà avere ulteriori capacità, dimostrando di essere un bravo tornitore, per ricostruire parti rotondeggianti o affusolate, o un bravo intagliatore, per ricostruirne dove ne mancano o secondo le esigenze. E’ evidente quindi, che il falegname deve essere un artigiano versatile, capace di arte, praticità e fantasia.



Anno: 2014-15 | Giorni: 4 | Visitatori: 12.50080%

Anno: 2011-12 | Giorni: 6 | Visitatori: 20.00090%

Anno: 2010-11 | Giorni: 6 | Visitatori: 25.000100%







PRESEPE VIVENTE DI ISPICA

il presepe più bello e visitato di Sicilia!


Scopri di più sul Presepe Vivente di Ispica. Vieni a visitarlo!

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RITORNA LA MAGIA DEL NATALE

centro storico, zona archeologica di Ispica!


La biglietteria sarà aperta nei giorni del presepe dalle 16,00 alle 20,00

È possibile visitare il Presepe Vivente nei giorni:

25, 26, 27 DICEMBRE 2015

1, 2, 3, 6 GENNAIO 2016

dalle ore 16,30 alle ore 20,30

Il costo del biglietto è di € 3,00 a persona

Gratuito per bambini fino a 7 anni e possibilità di prenotazione per gruppi

PER MAGGIORI INFORMAZIONI

contattaci telefonicamente
dal lunedì al venerdì dalle 09,00 alle 20,00

+39 333 3651348

oppure scrivici al nostro indirizzo di posta

info@presepeviventeispica.com


Informazioni utili

Si avvisano i gentili visitatori che il percorso del presepe vivente si snoda su caratteristici sentieri rupestri.
Si consiglia di indossare calzature comode.


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30 nov 2015

spot Presepe Vivente Ispica 2015 – 2016

Presepe Vivente di Ispica 25-26-27 Dicembre 2015 | 1-2-3-6 Gennaio 2016 | dalle 16,30 alle 20,30Informazioni +39 333 3651348 info@presepeviventeispica.com La

29 dic 2014

il 6 gennaio arrivano i Re Magi – SPOT PROMO

Presepe Vivente di Ispica 25-26-28 Dicembre | 1-3-4-6 Gennaio | dalle 17,00 alle 21,00 www.presepeviventeispica.com. Informazioni e prenotazioni biglietti e




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Presepe Vivente | Città di Ispica

Realizzazione: Associazione PROMO Eventi

Patrocinio: Città di Ispica

Gestione sito web: ALBA Service srl